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Intervista ad Anna, italiana in carcere in Argentina PDF Stampa E-mail
 
Scritto da Katia Anedda, 05-02-2010 22:35
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Da L'Argentina.org

Ricordo che quando vivevo in Spagna notavo sempre una differenza per me importante nei confronti dell’italia. I mass media spagnoli dedicano spazio alle storie degli spagnoli detenuti all’estero. Non solo i casi più importanti, come quelli di Pablo Ibar, condannato a morte negli USA, ma anche i casi minori, apparentemente insginificanti per il grande pubblico. In italia non si parla degli italiani in carcere all’estero. Non a caso una delle associazioni che si occupa di questi nostri connazionali si chiama Prigionieri del Silenzio. A parte casi eccellenti, come Cesare Battisti, gli altri sono figli rinnegati, dimenticati.  Ci interessiamo dei calciatori italiani all’estero, della fuga dei cervelli, ma le condizioni di vita di questi nostri connazionali non interessano, meglio nascondere tutto sotto il tappeto. Ho avuto la possibilità di entrare in contatto con Anna (NdR nome di fantasia), cinquant’anni, della provincia di Milano, che sta scontando una pena nelle carceri argentine. Anna, come tanti altri, è caduta nella trappola e ha accettato un viaggio come "mula", corriere amateur della droga. Lei e il suo compagno sono stati arrestati all’aeroporto di Ezeiza, in uno scalo aereo proveniente da Montevideo. La pena in questi casi è di 5 anni di prigione, dei quali si sconta la metà in argentina, poi il detenuto viene estradato, torna al suo paese, libero, con l’unica condizione di non poter tornare in argentina per 8 anni. Anna sta scontando la sua pena in una carcere della provincia, preferisco non chiarire in quale città per non crearle nessun tipo di problema. Quando l’ho chiamata mi diceva che a metà novembre scadeva la sua pena. Spero che proprio in questi giorni stia lasciando l’argentina para nunca volver.

 

Anna da quanto tempo sei in carcere in argentina?
Da due anni e due mesi. Arrivando a 2 anni e mezzo, la metà della mia pena,  verrò espulsa e potrò finalmente ritornate a casa.

Conoscevi il carcere italiano? potresti fare un confronto?
No, in italia non ho mai preso neanche una multa. La prima volta che sono entrata in un carcere è stata quando mi hanno arrestata all’aeroporto di Ezeiza. Se ci ripenso, se penso a quei giorni, alla porta che non si apre, alle umiliazioni, mi viene da piangere.

All’inizio quali sono state le cose piú dure?
L’umiliazione di come vieni trattata, sommata al fatto che io non sapevo che cos’era il carcere. Trovarsi chiusi in un posto e vedere che non puoi aprire la porta. Ancora adesso se ci penso mi viene da piangere, pensando alle umiliazioni passate. Il mio primo carcere era proprio quello di Ezeiza, vicino all’aeroporto internazionale di buenos aires, ironia della sorte. Sentivo gli aerei che partivano e desideravo solo poter tornare a casa.

Entrare in un carcere sudamericano a 50 anni. Hai avuto problemi di salute? c’è assistenza medica?
Ad Ezeiza fortunatamente non ho mai avuto bisogno del dottore. Lì l’assistenza medica era una cosa scandalosa, facevi prima a morire prima che qualcuno si preoccupasse della tua salute. Poi sono stata in un carcere di uomini dove avevano adibito una zona femminile. Lì facevamo udienza medica di routine, non c’erano problemi. Qui in provincia non ci sono problemi, non mi posso lamentare. Purtroppo ho avuto la sfortuna di cadere e di rompermi i denti davanti e qui non hanno i soldi per potermeli sostituire. Ho proposto di pagaermeli io, ma non c’è stato niente da fare.

Quali sono i principali problemi di queste carceri?
Ad Ezeiza stavamo in un padiglione, 60 persone, niente assistenza medica, il mangiare terribile. Ogni volta che entravi o uscivi era una cosa umiliante perchè ti dovevi spogliare per la perquisizione. Era così umiliante che passava in secondo piano il numero spropositato di cucarachas. Io questi animali non li conoscevo finchè non sono entrata da ezeiza. La prima sera che ho passato nel carcere mi sono detta "io qui muoio".

Quando sei entrata nel primo carcere argentino tu conoscevi l’argentina? parlavi spagnolo?
No, non ero mai stata in argentina. E di fatto non ci sono mai stata, visto che mi hanno arrestata durante uno scalo aereo proveniente dall’uruguay. Capivo spagnolo per alcune vacanze alle canarie di anni fa, ma ancora oggi non lo parlo.

Come ti trattano come straniera? e come italiana?
Ci sono delle differenze. Ci sono alcune guardie che fanno molta differenza tra la straniera e l’argentina e sempre in negativo. Fortunatamente l’italiano invece è ben visto. Moltissimi hanno nonni italiani e ti tratttano un po’ diversamente. Per l’immaginario collettivo argentino, che sa molto sull’italia. Mi parlano di Venezia, della fontana di Trevi.

In un ambiente come questo è possibile crearsi amicizie o sei stata sola tutto il tempo?
No, il mio viaggio nella carcere l’ho fatto con una ragazza peruviana. Siamo entrati in carcere insieme, insieme nel complesso maschile e insieme qui in provincia. Nella sfortuna abbiamo avuto la fortuna di trovare un’amica. Per il resto non si può parlare di amicizie, ma al massimo di compagnerismo, visto che in generale in carcere è un po’ una lotta alla sopravvivenza. Uno se può calpesta l’altro, qui la vita è così.

Il tuo compagno chiaramente era rinchiuso in una carcere maschile. Pensi che la sua esperienza sia stata simile alla tua?
No, sicuramente per lui è stato molto peggio. Gli uomoni vengono maltrattati fisicamente, alimentati poco e male, subiscono continuamente la violeza e l’umiliazione della perquisizione delle loro celle. É durissima fisicamente. Quando io stavo nel Complejo vedevo le perquisizioni che facevano agli uomini, quando arrivava la polizia ed ancora adesso rabbrividisco.

Durante i due anni in carcere hai mai visto il tuo compagno?
Finchè eravamo nei carceri di Ezeiza e del Complejo non è stato possibile vederci. Poi da quando mi hanno trasferito in provincia anche mio marito ha chiesto il trasferimento qui e finalmente abbiamo potuto accedere alle visite private, riservate.

Che tipo di rapporto hai avuto con il Consolato Italiano e in generale con le Istituzioni Italiane?
In questi due anni mi sono sentita abbandonata dalle autorità italiane, dall’ambasciata e dal consolato. Durante i primi tre mesi non li ho visti, perchè dicevano che non avevano i miei dati. Mia figlia continuava a telefonare, ad insistere. Ora è da un anno che sono in questo carcere della provincia è venuto una volta il console a vedermi, dopo che io ho sollecitato più volte. L’unica cosa che ha saputo dirmi è che non sapeva che cosa fare per me e per i carcerati italiani uomini. Finchè ero a Buenos Aires venivano una volta ogni due mesi, portando vestiti e magari versavano anche dei soldi, ma da quando sono in provincia più niente. Ho chiamato più volte il consolato ma mi dicono che sono al di fuori dell’aera di influenza del consolato di buenos aires. Il rapporto con le istutuzioni italiane è complesso, perchè da una parte vorrei che mi aiutassero, ma allo stesso tempo non vorrei chiamarli mai, mi vergogno della mia situazione.

Come ti immagini il ritorno in Italia?
Penso a quando rivedrò mia figlia e mio nipote e al loro affetto. Ho tanta voglia di vedere anche mio figlio, anche se qui non mi chiama. Io non ho mai voluto che i miei figli venissero a trovarmi. Prima di tutto per motivi economici e poi perchè mi vergogno di farmi vedere qui.

Di questa esperienza argentina che cosa ti porterai via? Immagino che non tornerai più.
Prima di tutto non posso tornare per legge. Per i prossimi 8 anni mi è proibito tornare in argentina. Per il resto un’esperienza come questa ti fa imparare molte cose, ti fa imparare il valore della libertà, uno in italia si lamentava sempre della propria vita, mentre qui ho potuto aprezzare le persone che mi volevano bene, le amicizie che sono rimaste, nonostante la distanza. In questo senso la carcere è come l’ospedale, è in questi momenti che vedi le persone che ti stanno vicine anche nel momento del bisogno e quelle che scompaiono. Poi la cultura argentina è molto diversa dalla nostra. Ci sono molte persone che vivono una vita dominata dall’ignoranza, persone che entrano ed escono dal carcere, persone che per esempio vivono la gravidanza in modo molto diverso dal nostro e così molte altre cose. Ricordo le ragazze in carcere ad Ezeiza, che apprezzavano il fatto di essere arrestate per avere un tetto sulla testa e un pasto caldo.

Ti capita di pensare al fatto che tu sei in carcere per un’ingenuità che ti è costata carissima, circondata da persone che invece non avevano scelta e ci sono finite venendo da tutt’altr’altro ambiente?
Sicuramente qui ci sono persone che non avevano altra scelta, ma se c’è qualcosa che ti insegna il carcere è a non giudicare nessuno. Qui in carcere c’è una donna che si dice che abbia ucciso il suo primo figlio. Non ci sogniamo di giudicarla, adesso ha un altro bambino e forse Dio gli ha dato un’altra possibilità di essere una persona migliore. Nessuno di noi può giudicare gli altri. Io la penso così. Ovviamente da parte mia c’è molta rabbia per il fatto di vivere questa situazione. I primi quattro mesi avevo dentro moltissima rabbia per le persone che mi hanno messo in questa situazione. Poi il rancore è passato e adesso prevale la voglia di ricominciare da zero. Tornare in italia e iniziare di nuovo a vivere. Ho poco più di cinquant’anni, ho passato esperienze brutte, ma sarò in grado di affrontare quello che mi aspetta. Ho voglia di vivere e di vivere più intensamente di prima.


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